In Partenza – Diario del Donbass, cap. 1

A Tiraspol Il’ja, uno studente di Bender a casa del quale ho dormito una notte perché quello stronzo di Tim mi ha scaricato per non so quale motivo (ma dopo aver preso i dollari), mi ha accompagnato alla stazione e poi è dovuto scappare perchè aveva lezione all’università, ho deciso di andarmene perché in questo buco di culo post sovietico non c’è nulla di fotograficamente interessante, o se c’è non mi è stato mostrato.
Sono partito in direzione Odessa con la marshrutka, il tipico furgoncino dei paesi ex sovietici, spesso questi mezzi hanno attaccati ai vetri anteriori gagliardetti, gadget, bandierine e decorazioni varie, tra tutte le varie cazzatine appese l’autista intelligentemente ha tolto il gagliardetto della Russia con l’aquila bicefala poco prima di passare la frontiera del paese di Taras Bul’ba, dove due solerte guardie col tridente sul cappello hanno pigramente timbrato su una pagina a caso del passaporto dopo aver perquisito me e Kevin e passato ai raggi X i nostri bagagli.
Con me c’è Kevin, un ragazzone americano che parla il russo, è diretto a Kiev per cui abbiamo viaggiato assieme, a Odessa mi ha anche aiutato a comprare una scheda sim e fare il biglietto.
Alla stazione ferroviaria della meravigliosa perla del Mar Nero mi si avvicina un ragazzo con una faccia da delinquente che sembrava uscita da racconto di Isaac Babel e una lunga chioma bionda da skinhead che ci ferma e ci chiede una sigaretta gliela do, Il nipotino di Benja Kric ci chiede da dove veniamo mi ha abbracciato dopo aver sgranato gli occhi, “Maidan, Europa…” ho capito solo queste parole e quando mi ha mollato ho controllato subito che il portafogli e il passaporto fossero al loro posto, il “malacarne” era solo un europeista affettuoso, chissà, magari ha lontane origini italiane, non a caso il primo governatore di Odessa Giuseppe de Ribas era napoletano. Mentre ci dirigiamo verso la biglietteria Kevin mi dice che inizialmente si era spaventato e non aveva capito quello che il ragazzo ha detto, quasi certamente parlava in dialetto.


Siamo arrivati a Kiev, abbiamo dormito quasi per tutto il tempo sui lettini di sopra in kupè, non ho avuto nemmeno il tempo di sciacquarmi la faccia, giusto il tempo di scendere dal treno e Kevin mi ha salutato per l’ultima volta perchè doveva recarsi al lavoro, adiòs amigo!


In qualsiasi biglietteria delle stazioni ci sono sempre delle code chilometriche, davanti a me una studentessa cinese dall’apparente età di 20 anni, quando c’è solo una persona davanti a lei sbuffa con uno sguardo tra l’incazzato e il depresso, le chiedo cosa succede e scopro che la persona davanti a lei è diretta a Donetsk ma non ci sono posti disponibili per il prossimo treno, anche lei è diretta a Donetsk come me, le chiedo in inglese se mi può tradurre visto che qui l’inglese ha la stessa popolarità dell’aramaico antico, acconsente e io in alternativa faccio un biglietto per Lugansk che partirà di li a sette (sic!) ore.
Mi siedo accanto alla cinesina, per scambiare due parole con lei, avendo lavorato qualche mese prima con delle cinesi ho imparato che di costituzione tendono a tenere le distanze col prossimo, avrei voluto sdebitarmi per avermi fatto da traduttrice e offrirle da bere ma lei: “No thanks”.
La nipotina di Mao si chiama Li, un anonima 23enne cinese dal cui sguardo non traspaiono emozioni, studia medicina a Donetsk e senza il treno per Donetsk ha fatto biglietto a L’viv (ossia da tutt’altra parte) dove delle persone la possono ospitare, almeno così mi ha detto.
 Le do il mio numero di telefono “Call me if you have any problem in Donetsk, ok?” e ci salutiamo.

Adesso sono proprio solo cominciano ad assalirmi mille tarli nella mente: “Riuscirò ad arrivare a Donetsk? Come farò senza fixer? Saprò comportarmi nel migliore dei modi? Sono sempre in tempo per tornare a casa…” i miei mi credono a Berlino. Ho anche mandato un sms a Razi e Soheila per dir loro le mie intenzioni, sono le uniche persone a cui potevo farlo.
Tutte queste ore passate in stazione con questi tarli nella mente, non mi era mai capitato prima… non è una bella sensazione.

 Prima di salire una una provodnitsa cicciona mi ha controllato biglietto e documenti prima di salire, nelle algide terre cirilliche è praticamente impossibile prendere il treno a sbafo, però non vieni mai disturbato da un controllore mentre dormi. 

Adesso sono oltre 24 ore che sono in viaggio, l’Ucraina è un paese più grande della Francia e la rete ferroviaria è rimasta ai tempi dell’URSS, guardo il panorama dalla finestra, una volta questo piatto panorama era il granaio dell’U.R.S.S., un hippy di fronte a me si mette a fare un qualcosa tipo yoga, chiedo alla provodnitsa un caffè ma arriva la solita brodaglia orrenda fatta con la polverina e servito in nei tipici bicchieri con il delizioso manico di peltro raffiguranti scene ferroviarie.

Dal finestrino del corridoio in lontananza vedo i primi checkpoint col tricolore russo, un anziano signore mi si avvicina: “Privet”, ricambio il saluto, sorride, mi chiede qualcosa,“Jà italianski, speak English?” – rispondo, la domanda è stupida, il vecchietto è un figlio dell’Unione Sovietica l’inglese non era materia scolastica tanto il comunismo avrebbe vinto e il russo sarebbe diventata la lingua franca del mondo.
Da quel poco che capisco lui vive a Lugansk ma è bielorusso, ha portato al suo paese la sua famiglia dove sono al sicuro dai casini e sta tornando a casa, gesticoliamo per capirci, “Dove stai andando?” – “Donetsk” faccio io, “Ma il treno va a Lugansk che è dall’altra parte!” – cerco di spiegargli la situazione, lui chiama un signorone enorme con la crapa pelata che pare un camionista, capisco che dovrei scendere a da qualche parte insieme a mr camionista che scende li. Il vecchietto mi regala un pezzo da mille rubli bielorussi e mi invita ad andarlo a trovare se dovessi andare a Lugansk, peccato che si dimentica di darmi l’indirizzo.
In questo paese ancora la gente si parla in treno, in Italia c’è un alienazione incredibile da quando esistono gli smartphone, non ricordo l’ultima volta in Italia che ho parlato con qualcuno in treno.

A Jasinovotaja o a Debaltsevo, ancora non ho capito dove sono, avrò allungato il mio percorso di almeno 500km, nessuna roadmap, non sarebbe una vera avventura se si conoscesse in anticipo il proprio destino, non è vero? La signora del treno ha una faccia sconvolta perchè scendo, grida “niet, niet” – il mio accompagnatore le spiega la situazione per poi portarmi dietro la stazione dove si prendono le marshutke e il camionista mi porta fare il biglietto per Donetsk. Il tragitto è breve, circa una mezzora, è una meraviglia quando vedo il totem di cemento che annuncia l’arrivo a Donetsk, da li a poco scendo e prendo un taxi e mi dirigo al Red Cat, sono 40 ore che viaggio, vorrei una doccia, vestiti puliti, cibo decente e un letto vero!!

Eccolo il Red Cat, il murale di un gatto rosso seduto mi accoglie… ma al citofono non c’è scritto niente, faccio una telefonata, in questi giorni mi aveva risposto una tipa e parlicchiava un inglese minimamente comprensibile, al telefono mi dice che non c’è ma l’ostello è al primo piano… scoprirò dopo che per loro il primo piano è quello che per noi è il pian terreno. Una sorridente babushka con l’immancabile dente d’oro mi apre la porta, la donna ovviamente non avrà altra lingua all’infuori del russo.
Il R.C. altro non è che un abitazione privata con cucina, bagno, soggiorno e tre camere da letto, mi piace, altro che quella merda del Tiraspol Hostel che manco esiste.

40 ore in viaggio, 40 ore a cercare di capire persone che parlavano una strana lingua scritta con uno strano alfabeto, tappeti rossi nei treni, gagliardetti delle marshutke, paesaggi in cui timidamente la primavera iniziava a rivelare il verde dei prati e il giallo forte delle mimose, 40 ore immaginando paura, bandiere, divise senza mostrine, 40 ore sperando che nessuno lo venga a sapere in famiglia.
 Cosa voglio fare ora? Prendere una fotocamera e… Boh?? Ma poi chissenefrega, un giorno potrò dire:“Io c’ero” e forse non mi crederà nessuno… ma sticazzi, sono eccitato, entusiasta e non ho più paura, alea jacta est, domani faccio 35 anni, vediamo divertirci caro Cosimo.